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Domande


Lo sento. Quello è il suono delle campane, rimbomba nella mia coscienza ed il suo volto risiede dinnanzi al mio in una muta ricerca d’assenso. Riconosco quel sorriso, odo una risata familiare ma questa è falsa, aspra, pungente ed amara, eppure nessuno sa riconoscerla perché batte in solitudine contro queste mura ingiallite, annerite dal fumo che logora la mia anima. Non sono che vento, eppure il vento non ha forma, solo conseguenza, si sposta leggero, invisibile, causando piaceri e sofferenze. Mi è così caro ed io forse sono detestata dallo stesso per via della similitudine che ci accomuna. Non possono esistere due entità paradossalmente uguali, non posso essere come lui perché sarebbe solo una mera illusione. Condizione umana. Agente atmosferico. Tu non sai rispondere, nessuno saprebbe farlo poiché non c’è nulla in me che possa essere visto se non la parvenza creata negli anni. È dura questa maschera, io non riesco a sostenerla da sola eppure continuo, persevero, so che non potrei vivere senza. Dentro di me risiede un’insicurezza radicata, qualcosa di maniacale e sconcertante. Mi detesto, non c’è nulla nel mio io che riesca ad apprezzare, so che può esserci sempre di più di quanto appare, so che potrebbe esistere qualcosa di più grande di ciò che è. Il mondo in cui vivo è fatto di cartapesta, non esiste, eppure tento di renderlo tale, è colmo di figuranti, tutti ruotano attorno a me in una sorta di concretezza astratta inconsistente, eppure faccio in modo che basti per sentirmi viva. Osservandomi allo specchio vedo un mostro eternamente insoddisfatto, capriccioso ed inconcludente, una figura fallita. Per distruggerlo divento perfetta, soddisfatta, razionale e concludente, una figura di spicco, ammirata e corteggiata. Ma cosa è ammirato e corteggiato in me? Quale delle due figure è reale? Voglio aiutare il prossimo, voglio distruggerlo, voglio amarmi, voglio odiarmi, voglio vivere, voglio morire. Tutto scivola dalle mie mani in una forma irreale, tutto è fumo, tutto è niente. Ho bisogno di sentirmi amata, di sentirmi bella, di sentirmi intelligente e impeccabile, eppure non lo sono affatto, sono gli altri che mi dipingono così nella tela della loro coscienza. Dunque cosa è bene e cosa è male? La mia gabbia di cristallo non può essere infranta se non dal canto dell’usignolo interiore che tengo segregato. Sono fatta di carne e sangue ma nulla mi appartiene, nemmeno queste parole sono mie. Lo sento scorrere quell’inesorabile declino, lo vedo prendere forma e non riesco a rigettarlo. Cerco risposte nello sguardo altrui, risposte che non arriveranno mai. La mia essenza è appesa ad un filo ed io non riesco a fare a meno di domandare «Chi sei?» a quel riflesso inusuale. Ditemelo tutti, voglio sentirlo risuonare nell’aria, ditemi chi sono. Chi sono per voi? Cerco una risposta che sia la stessa del mio cuore, cerco una risposta che voglio udire, cerco solo una risposta tra tante, o anche tante risposte, basta questo. L’unica cosa a me cara soffre a causa mia, io m’identifico nelle profondità più oscure, sono feccia, eppure vivo, voglio farlo e lo farò. Mai ci fu attinenza più vera. Quindi Catan, sono bello?
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      Parlare di me è come parlare del nulla perché ti accorgi della sua costante presenza solamente nella solitudine più profonda. Quando guardo il mio riflesso nello specchio forse scorgo me stessa ma a causa della medesima non posso fare a meno di detestarmi poiché mi trovo in una dimensione irraggiungibile. Dinnanzi a me vi è solo una superficie fredda che osserva implacabile l’urlo della bestia.
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